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Roma
di MARCO TESTI 08 mar 2025 12:32

La ballata di Chieffo. Storia di un cantautore

Fa bene Walter Gatti a soffermarsi su “La canzone del melograno” nel suo “La ballata di Chieffo. Storia di un cantautore” (Volontè&Co, 244 pagine, 23 euro), perché potrebbe benissimo essere una ideale, silenziosa, colonna sonora che accompagna il senso profondo della lettura del libro e della vita stessa del cantautore forlivese scomparso nel 2007 (era nato nel 1945).

Questo lavoro non è solo un ripercorrere dagli inizi una strada, con l’elenco dei dischi, dei concerti, degli eventi più importanti e delle tappe della vita di Chieffo, ma anche una profonda ricerca del senso di quella strada. Non da un esterno che potrebbe solo presentare valutazioni distorte dalla distanza prospettica, ma con la scelta di un punto di vista diverso, perché la storia del cantautore è assai distante dalla gran parte dei suoi colleghi.

Intanto perché credente dichiarato, e già questo è da sempre motivo di critica mediatica, e in seconda istanza perché militante, fin dagli inizi, di Comunione e Liberazione e anzi amico personale di don Giussani. Figuriamoci. CL, fin dai tempi delle discussioni su divorzio e aborto, è stata considerata dall’intellettualità mainstream come retaggio di un cattolicesimo reazionario che si opponeva alle nuove istanze di libertà e modernità.

Ma c’è anche un’altra dinamica, quella che abbiamo accennato all’inizio, che è centrale per comprendere la complessità del suo cammino. Il professor, non solo cantautore, Chieffo, è alla ricerca di un senso profondo che giustifichi il nostro essere qui e ora, e quel senso lui lo ha trovato nella fede. Ma non una fede esteriore e decantata per attirare l’attenzione almeno del variegato mondo cattolico, bensì una profonda e mai statica ricerca: le sue canzoni sono racconti poetici di illuminazioni e dolore, di paradisi su questa terra ma anche di crisi e isolamento, come quando Chieffo si accorse che CL lo stava mettendo, in alcune occasioni, da parte.

Una ricerca profonda di radici che talvolta può divenire, nell’umano cammino su questa terra, la ricerca della casa del melograno, realisticamente e finalmente una casa tutta sua, anzi, loro (Chieffo era sposato e padre di tre figli). E giustamente Gatti riporta il ricordo da parte di Claudia Scaglione, autrice di un libro-intervista a Chieffo, di alcune sue parole: “La casa fonda le sue radici nella casa del Padre, quella che qualcuno chiama Paradiso”.

È la prova provata che le strade apparentemente altre -la chitarra, i concerti, i dischi, la ricerca di scenari più ampi- portano, a saperle leggere in profondità, segni che vengono da molto più lontano: sono in parte frutto di una volontà individuale e consapevole, in parte rivelazione di qualcosa che va oltre la nostra volontà.

Davvero avvincenti anche le pagine dedicate alla decisione da parte di Chieffo e di alcuni suoi amici musicisti di andare a suonare nei gulag siberiani per le detenute per reati comuni, coinvolgendole a tal punto che quelle iniziarono ad accompagnare con una sorta di coro muto le canzoni di Chieffo. E non solo le detenute, ma anche le guardie, con la direttrice, atea, che alla fine del concerto, commossa, gli chiede di pregare per suo figlio.

Un libro importante questo, non solo perché riporta all’attenzione dell’oggi un artista che ha ancora molto da dire, e che è stato silenziato, almeno rispetto al grande pubblico, da una domanda di consumo esclusivamente basata sull’effimero, sul mordi e fuggi, sull’estetica mainstream.

E però la bellezza legata alla fede ha modo di riemergere grazie a quella parte del mondo editoriale e discografico che, al contrario, punta ad una qualità che rimanga e che testimoni l’inestinguibile nostalgia del senso perduto. E da alcuni ritrovato.

MARCO TESTI 08 mar 2025 12:32

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