Sorprese da Oscar, trionfa l’indipendente Anora

Che fosse un’edizione molto incerta, lo si sapeva già. Ma gli esiti della 97a notte degli Oscar a Hollywood sono stati da un lato sorprendenti, dall’altro segnati da scelte “di ripiego” nel politicamente corretto. Molti i favoriti, tra cui in testa il musical crime “Emilia Pérez” di Jacques Audiard (13 candidature, record per un film non in lingua inglese), il dramma “The Brutalist” di Brady Corbet (10), il biopic su Bob Dylan “A Complete Unknown” di James Mangold (8) e il thriller politico-religioso “Conclave” di Edward Berger (8). A sparigliare le carte è arrivato lo statunitense “Anora” di Sean Baker, che con 6 nomination ha agguantato ben 5 statuette, le più importanti, facendo registrare una vittoria che passerà alla storia: miglior film dell’anno, regia, sceneggiatura e montaggio tutti a firma di Baker. In più il titolo di miglior attrice protagonista andato alla ventiseienne Mikey Madison, che si impone sulla favorita Demi Moore (“The Substance”) ma anche sulla straordinaria Fernanda Torres (“Io sono ancora qui”).
“Anora” aveva dalla sua il sigillo della critica con la vittoria della Palma d’oro al 77° Festival di Cannes, in più ha guadagnato attenzione perché partito come film di produzione indipendente poi appoggiato da Universal. Ma è davvero il miglior film dell’anno? Il verdetto suona in verità come una soluzione di comodo per uscire da un vicolo cieco.
Anzitutto il favorito, “Emilia Pérez”, che spiccava per qualità stilistiche e per la genialità della regia di Audiard, è finito in un polverone di polemiche montate sulla protagonista, l’attrice transgender Karla Sofía Gascón, “rea” di aver scritto in passato tweet discriminanti e razzisti, al punto da indurre Netflix a prendere le distanze e rivedere la politica di promozione. Ancora, il regista è stato accusato in America di aver raccontato il Messico, l’orizzonte sociale marcato da criminalità, in maniera troppo stereotipata. Risultato: la forza attrattiva di “Emilia Pérez” è stata del tutto depotenziata e ridotta ai minimi termini. Il film si è dovuto accontentare di due sole statuette, quella per l’attrice non protagonista Zoe Saldana e per la canzone originale “El Mal”.
Inoltre, nella corsa agli Oscar 2025 non c’erano dei film che facessero la differenza. Mancavano i capolavori. In gara c’erano molte opere acute e valide, ma senza eccellenze. Nella volata finale ha felicemente sorpreso il trionfo del brasiliano “Io sono ancora qui” (“Ainda estou aqui”) come miglior film internazionale. L’opera di Walter Salles, partita con successo da Venezia 81 dove ha conquistato la miglior sceneggiatura e il premio cattolico Signis, possedeva tutte le carte in regola per lasciare il segno: una drammatica vicenda vera, sui desaparecidos brasiliani, ma anche una straordinaria storia di impegno civile, resilienza e riscatto, quella di Eunice Paiva, che l’attrice Fernanda Torres ha reso in maniera magistrale. Un riconoscimento a lei sarebbe stato più che giusto.
Salito nelle quotazioni delle ultime settimane, l’imponente “The Brutalist” di Brady Corbet, Leone d’argento – premio speciale per la regia a Venezia81, non ha sbancato come previsto, ma ha conquistato comunque dei riconoscimenti di peso: attore protagonista Adrien Brody, al secondo Oscar in carriera dopo “Il Pianista” (2002), la fotografia di Lol Crawley e la colonna sonora composta da Daniel Blumberg.
L’Italia aveva ben poche speranze nella lunga corsa agli Oscar, dopo l’esclusione di “Vermiglio” dalla cinquina del film internazionale. L’unica rappresentante del nostro cinema era Isabella Rossellini, alla prima nomination per il suo ruolo da non protagonista nel thriller “Conclave”. L’attrice non ha vinto, ma ha dimostrato grande classe ricordando i genitori, Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, e facendo un sentito omaggio allo scomparso David Lynch, scegliendo di indossare un abito che richiamava il film girato insieme “Velluto blu” (1986).
Analizzando nel complesso il palmares degli Oscar, si colgono poche sorprese: di certo va registrata la vittoria di “Flow. Un mondo da salvare” (Lettonia) di Gints Zilbalodis come miglior film d’animazione, parabola ecologica su un gruppo di animali che ha scalzato il favorito di casa a Los Angeles, il film Disney-Pixar “Inside Out 2”, che però festeggia un risultato record al botteghino: il maggior incasso del 2024 e il 9° nella storia del cinema. Tra gli altri riconoscimenti: il primo Oscar per Kieran Culkin come attore non protagonista per “A Real Pain” firmato dal collega Jesse Eisenberg; la miglior sceneggiatura non originale assegnata a Peter Straughan per “Conclave”, adattamento del romanzo omonimo di Robert Harris; i premi tecnici tributati a “Dune. Parte II” (effetti visivi e sonoro) e al musical “Wicked” (costumi e scenografia). Resta letteralmente a mani vuote il biopic su Bob Dylan “A Complete Unknown” partito con 8 candidature.
Nell’insieme, la 97a cerimonia degli Oscar condotta dal comico Conan O’Brien, si è svolta come da manuale, brillante ma senza troppi sussulti, una “liturgia” televisiva impeccabile, apparsa però fin troppo imbrigliata nel politicamente corretto, tiepida e preda di lungaggini. Hollywood, ha preferito ricordare maggiormente la comunità locale, dopo la lacerazione degli incendi a Los Angeles, piuttosto che alzare troppo la voce su alcuni temi nell’agenda politico-mediatica come accaduto in passato. Si ricordano comunque il discorso di Adrien Brody contro i pericolosi rigurgiti di antisemitismo, quello di Zoe Saldana che ha richiamato le radici familiari dominicane e la possibilità di riscatto per gli emigranti nella terra “a stelle e strisce”, il supporto all’Ucraina dell’attrice Daryl Hannah e il discorso del collettivo israelo-palestinese, autore di “No Other Land” (miglior documentario), a favore della pace, delle interruzioni delle violenze e della liberazione di tutti gli ostaggi.
