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Bozzolo e Barbiana
di REDAZIONE 20 giu 13:39

Due sacerdoti, due profeti

Carica di significati la visita del Papa sulle tombe di Mazzolari e Milani. Ecco le parole del Pontefice

“Vi incoraggio, fratelli sacerdoti, ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra”. È l’invito rivolto dal Papa, nella parte finale del suo discorso a Bozzolo, incentrato sull’immagine della pianura. “Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente”, ha ricordato Francesco subito prima del suo invito. “Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù”, ha assicurato Francesco: “Quella dei poveri è definita da don Primo un’’esistenza scomodante’, e la Chiesa ha bisogno di convertirsi al riconoscimento della loro vita per amarli così come sono: ‘I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti'”, la frase di don Primo citata dal Papa. “Il Servo di Dio ha vissuto da prete povero, non da povero prete”, ha fatto notare Francesco, menzionando il testamento spirituale di don Primo: “Intorno al mio Altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai ‘suon di denaro’. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente”. “Lo stile dell’uomo: con molto fa poco. Lo stile di Dio: con niente fa tutto”, altra citazione: “Per questo la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa: ‘Se vogliamo riportare la povera gente nella loro Casa, bisogna che il povero vi trovi l’aria del Povero’, cioè di Gesù Cristo”. Nel suo scritto “La via crucis del povero”, don Primo ricorda che la carità è questione di spiritualità e di sguardo: “Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno”. E aggiunge: “Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo, chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia, perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra”.

“Vi ringrazio di avermi accolto oggi, nella parrocchia di don Primo”. È il congedo del Papa da Bozzolo. “Siate orgogliosi di aver generato preti così, e non stancatevi di diventare anche voi preti e cristiani così, anche se ciò chiede di lottare con sé stessi, chiamando per nome le tentazioni che ci insidiano, lasciandoci guarire dalla tenerezza di Dio”, ha proseguito Francesco: “Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni”. “Tante volte ho detto che il pastore deve essere capace di mettersi davanti al popolo per indicare la strada, in mezzo come segno di vicinanza o dietro per incoraggiare chi è rimasto dietro”, ha ribadito Francesco: “E don Primo scriveva: ‘Dove vedo che il popolo slitta verso discese pericolose, mi metto dietro; dove occorre salire, m’attacco davanti. Molti non capiscono che è la stessa carità che mi muove nell’uno e nell’altro caso e che nessuno la può far meglio di un prete’”. “Con questo spirito di comunione fraterna, con voi e con tutti i preti della Chiesa in Italia, voglio concludere con una preghiera di don Primo, parroco innamorato di Gesù e del suo desiderio che tutti gli uomini abbiano la salvezza”, l’omaggio finale del Papa: “Sei venuto per tutti: per coloro che credono e per coloro che dicono di non credere. Gli uni e gli altri, a volte questi più di quelli, lavorano, soffrono, sperano perché il mondo vada un po’ meglio. O Cristo, sei nato ‘fuori della casa’ e sei morto ‘fuori della città’, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro. Nessuno è fuori della salvezza, o Signore, perché nessuno è fuori del tuo amore, che non si sgomenta né si raccorcia per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti”. Prima di riprendere l’elicottero per dirigersi alla volta di Barbiana, il Papa ha salutato i fedeli radunati sul piazzale della parrocchia di San Pietro dicendo alcune parole a braccio: “Vi ringrazio per l’accoglienza tanto calorosa. Vi chiedo una cosa: di pregare per me, perché io posso servire il Signore e la Chiesa come il Signore vuole che lo faccia”.

“Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”. Si è concluso con un solenne omaggio di Papa Francesco alla figura di don Milani la visita strettamente privata conclusa a Barbiana.  “In una lettera al vescovo  – ha detto Francesco nell’unico momento pubblico della visita, sul prato adiacente alla chiesa – scrisse: ‘Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato…’. Dal card. Silvano Piovanelli, di cara memoria, in poi gli arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco –, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa”. “Con la mia presenza a Barbiana, con la preghiera sulla tomba di don Lorenzo Milani penso di dare risposta a quanto auspicava sua madre”, ha detto Francesco citando l’auspicio di mamma Alice: “Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui… quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta, per me, il mistero più profondo di mio figlio… Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto. Per esempio il suo profondo equilibrio fra durezza e carità”. Il prete “trasparente e duro come un diamante”, ha concluso il Papa utilizzando la definizione di don Milani data da don Bensi, “continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa”. “Prendete la fiaccola e portatela avanti”, il congedo sotto forma di invito, pronunciato a braccio, di Francesco. Salutando, infine, i presenti sul prato antistante della Chiesa, ancora a braccio Francesco ha detto: “Anche io prenda l’esempio di questo bravo prete”. E poi, rivolgendosi di nuovo, ma fuori testo, ai preti: “Non c’è pensione nel sacerdozio, tutti avanti con coraggio!”.

“A tutti voglio ricordare che la dimensione sacerdotale di don Lorenzo Milani è alla radice di tutto quanto sono andato rievocando finora di lui”. Nel discorso a Barbiana, il Papa si è rivolto ai sacerdoti che ha voluto accanto a lui, nella sua visita a carattere strettamente privato: “Vedo tra voi preti anziani, che avete condiviso con don Lorenzo Milani gli anni del seminario o il ministero in luoghi qui vicini; e anche preti giovani, che rappresentano il futuro del clero fiorentino e italiano. Alcuni di voi siete dunque testimoni dell’avventura umana e sacerdotale di don Lorenzo, altri ne siete eredi”. In don Milani, “tutto nasce dal suo essere prete”, ha detto Francesco: “Ma, a sua volta, il suo essere prete ha una radice ancora più profonda: la sua fede. Una fede totalizzante, che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero sacerdotale trova la forma piena e compiuta per il giovane convertito”. Di qui l’attualità delle parole di don Raffaele Bensi, sua guida spirituale: “Per salvare l’anima venne da me. Da quel giorno d’agosto fino all’autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire”. “Essere prete come il modo in cui vivere l’Assoluto”, ha commentato il Papa, che come conferma ha citato subito dopo le parole della mamma di don Lorenzo, Alice: “Mio figlio era in cerca dell’Assoluto. Lo ha trovato nella religione e nella vocazione sacerdotale”. “Senza questa sete di Assoluto si può essere dei buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti, preti veri, capaci di diventare servitori di Cristo nei fratelli”, ha ammonito Francesco: “Cari preti, con la grazia di Dio – il suo invito – cerchiamo di essere uomini di fede, una fede schietta, non annacquata; e uomini di carità, carità pastorale verso tutti coloro che il Signore ci affida come fratelli e figli”. “Don Lorenzo ci insegna anche a voler bene alla Chiesa, come le volle bene lui, con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni, ma mai fratture, abbandoni”, ha sottolineato il Papa: “Amiamo la Chiesa, cari confratelli, e facciamola amare, mostrandola come madre premurosa di tutti, soprattutto dei più poveri e fragili, sia nella vita sociale sia in quella personale e religiosa. La Chiesa che don Milani ha mostrato al mondo ha questo volto materno e premuroso, proteso a dare a tutti la possibilità di incontrare Dio e quindi dare consistenza alla propria persona in tutta la sua dignità”.

REDAZIONE 20 giu 13:39