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di ADRIANO BIANCHI 01 dic 15:02

Dal Libano un messaggio di pace

Dei giorni per visitare, su invito del Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo mondo della Conferenza episcopale italiana, alcuni dei 17 progetti che la Cei, in questi ultimi quattro anni, ha finanziato con un contributo di oltre 5.600.000 euro

Mentre, venerdì scorso, l’Isis provocava una strage con oltre 300 morti in una moschea sufi in Egitto, ero in volo, di rientro dal Libano, con un gruppo di giornalisti dei settimanali cattolici italiani. Dei giorni per visitare, su invito del Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo mondo della Conferenza episcopale italiana, alcuni dei 17 progetti che la Cei, in questi ultimi quattro anni, ha finanziato con un contributo di oltre 5.600.000 euro. Raccontare bene il bene che è stato fatto, grazie alla generosità degli italiani attraverso l’8xmille, è un compito che sentiamo nostro. Se poi i progetti hanno il volto dei disabili di Sesobel, degli orfani di Anjar, delle popolazioni della valle della Bekaa che attraverso il loro lavoro cercano la strada di un futuro migliore, dei rifugiati siriani in fuga dalla guerra e assistiti dalla Caritas, è ancora più importante. Il Paese che ci ha accolto presenta un territorio che è poco più del doppio della Liguria e una popolazione di 4.500.000 abitanti. È una terra bella quella libanese. Il Paese dei cedri è stato la casa dei fenici, poi dei greci, dei romani, dei bizantini, degli arabi... Culture, etnie, razze diverse che ancora vivono insieme. Giovanni Paolo II lo aveva definito non un Paese, ma un messaggio. E il Libano ci parla. Nella sua storia, nelle sue bellezze, nelle sue contraddizioni possiamo intravedere qualcosa di ciò che anche noi viviamo. Quale messaggio allora? Il Libano è già oggi lo specchio della società multietnica, multireligiosa e multiculturale dentro cui l’Italia ancora muove i primi passi. Oltre 1200 anni di convivenza tra le diciotto confessioni religiose presenti sul territorio. Cattolici di diversi riti (di cui il maggiore è il maronita), ortodossi, armeni, evangelici e poi mussulmani sunniti e sciiti. Campanili accanto a minareti, suono di campane che si mescola con la voce dei muezzin. Un mosaico di popoli visibile. Insieme vanno a scuola, lavorano, danno corpo a un sistema sociale e politico fatto di pesi e contrappesi.

Non è una società idilliaca, ma i libanesi ogni giorno si sforzano di trovare un equilibrio che esige il rispetto dell’altro, delle regole e delle prerogative di ogni comunità che si riconosce in un destino comune. Un equilibrio pagato a caro prezzo. I quindici anni di guerra civile dal 1975 al 1990 hanno lasciato il segno. Oggi però da quella guerra il Libano è rinato. Beirut è una città vivace e il suo skyline sul mare Mediterraneo nulla ha da invidiare alle città più moderne dell’Occidente. Il messaggio è che camminare insieme resta possibile, ma non senza il rispetto reciproco. Il Libano è altresì un eroe dell’accoglienza, ma al contempo anche la fotografia di un sistema incontrollato di flussi migratori che genera povertà, disuguaglianze oltre che possibili squilibri politici e sociali. In pochi chilometri quadrati abitano insieme ai libanesi quasi 500mila profughi palestinesi, oltre 70.000 profughi irakeni e, dal 2001, un milione e 800mila siriani. Sono ovunque. Soprattutto in campi di fortuna. Un peso certamente sproporzionato. Sarebbe come se in Italia, con i suoi 60 milioni di abitanti, fossero presenti circa 40 milioni di profughi. Il messaggio è che le politiche sull’immigrazione sono una grave responsabilità. Anche in Italia si parla di legalità, corridoi umanitari, integrazione, diritti, solidarietà, ma è anche vero che le scelte di oggi non possono solo essere la mera risposta al presente; disegnano inevitabilmente la società di domani. Il Libano oggi affronta un’emergenza enorme con un cuore grande. Va sostenuto per poter ripensare il suo futuro. Infine dal Libano giunge un messaggio di pace e di bellezza. Qualche notizia nei giorni scorsi disegnava un quadro preoccupante. Per ora tutto sembra rientrato. La gente del Libano vuole un futuro di pace e benessere per i suoi figli. Non mancano l’arte, i siti archeologici e una natura incantevole. L’augurio è che questo diventi ancora più possibile. 

ADRIANO BIANCHI 01 dic 15:02