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Roma
di LUCIANO ZANARDINI 16 mar 2017 08:00

Aldo Moro, maestro inattuale?

Il 16 marzo del 1978 in via Fani un sanguinoso attacco terroristico compiuto da militanti delle Brigate Rosse uccise i componenti della scorta di Aldo Moro e sequestrò l'importante esponente politico della Democrazia Cristiana. A 39 anni di distanza, abbiamo intervistato Marco Follini

Il 16 marzo del 1978 in via Fani un sanguinoso attacco terroristico compiuto da militanti delle Brigate Rosse uccise i componenti della scorta di Aldo Moro e sequestrò l'importante esponente politico della Democrazia Cristiana. A 39 anni di distanza, abbiamo intervistato Marco Follini. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlando il 23 settembre 2016 in occasione del centenario della nascita di Aldo Moro ha sottolineato come “Moro non rinunciava ad affidare alla politica il dovere e il compito di indicare mete collettive, di guidare processi di innovazione”. Follini interviene, lunedì 20 marzo alle 20.30 all’oratorio di Castegnato, su invito del Centro De Gasperi con l’associazione Partecipazione&Identità Martinazzoli

La vita di Aldo Moro resta uno spartiacque. Lei ha scritto che con la morte di Aldo Moro finì anche la Prima Repubblica con “la faticosa tessitura di una tela politica e istituzionale abilmente tenuta nelle mani dei democristiani e dei comunisti...”.

Moro era una personalità complessa che non si faceva riassumere tanto facilmente. Aveva tante qualità, ma non il dono della sintesi. Questo vale anche per chi a distanza di anni cerca di interpretarlo. È stato l’anima della Prima Repubblica e l’uomo di Stato che più si è posto il problema di superare i limiti della democrazia bloccata: una condizione che condannava un partito sempre al governo e un altro sempre all’opposizione, vincolati dai limiti e dalle caratteristiche della Guerra Fredda.

A 39 anni dal rapimento di Aldo Moro e dall’uccisione degli uomini della scorta, dobbiamo conoscere ancora molto su quella stagione o la verità storica è ormai assodata?

Penso sia più utile porci di fronte a un Moro vivo piuttosto che al Moro prigioniero e condannato dal processo brigatista. La democrazia allora era molto fragile e molto insidiata e immobilizzata dalla divisione dei ruoli. Su quei 55 giorni ognuno ha le sue opinioni, ma nessuna di queste è suffragata da fatti così incontrovertibili da far dire che la ricerca è chiusa.

Qual è l’insegnamento di Moro che gioverebbe alla politica?

Il valore dell’esperienza di Moro sta nel rapporto tra la densità della sua riflessione che era molto ricercata, elaborata e raffinata e l’esigenza di far planare quella riflessione su un terreno più operativo. Moro fu un uomo molto lento, molto calibrato nei suoi gesti politici, mai affrettato. Lo possiamo considerare straordinariamente inattuale se guardiamo all’Italia frenetica di questi ultimi anni… Però con questa lentezza e con questo procedere Moro riuscì a portare a compimento le due operazioni politiche più significative della storia repubblicana: il centrosinistra e la solidarietà nazionale. Allora si ironizzava sulla lentezza di quei movimenti, ma a distanza di anni si può dire che le cose più innovative le ha prodotte la lenta gestione morotea.

Perché oggi la società italiana non è in grado di far crescere figure come quella di Aldo Moro?

Abbiamo immaginato di costruire la Seconda Repubblica intorno a tre certezze: il bipolarismo cioè o si è di destra o di sinistra; non contano le idee, ma la leadership, cioè affermare una figura di governo che abbia in mano tutti i problemi; l’Italia deve cambiare, solo la novità ha un valore, mentre la conservazione e il rapporto con la tradizione e il passo lento della storia sono una zavorra di cui ci dobbiamo liberare. Tutti e tre questi presupposti sono sbagliati. Il primo non è adatto alla conformazione politica e ideale del nostro Stato. È sbagliato il secondo perché dovremmo dare più credito alle idee e meno al culto della leadership. È sbagliato il terzo perché l’Italia ha bisogno più di coesione che di novità. Quando si costruisce un sistema con presupposti così discutibili è difficile che l’esito sia una ciambella con il buco.

Le attese sulla Seconda Repubblica sono state malriposte...

Un nuovo ordine politico non si improvvisa. Si costruisce con metodo, con pazienza e in un rapporto che sia fecondo tra il passato, il presente e la proiezione verso il futuro. Se questa scansione temporale anziché essere vissuta come una ricerca viene vissuta come una pura frenesia, temo che il risultato non sia all’altezza delle aspettative.

Un aneddoto che vi lega?

L’ho conosciuto da ragazzo quando mi sono affacciato alla scena politica. Quando mi candidai a fare il segretario dei giovani democristiani, andai a trovarlo con il mio predecessore (Fornasari) che spiegò a Moro che io interpretavo l’unità tra tutti i gruppi, mentre diversamente sarebbero uscite le divisioni. Moro annuì e non disse una parola. Al congresso di Bergamo, mentendo, disse: “Non so nulla di voi e del modo in cui organizzerete le vostre cose… Da Presidente del partito ho, però, la responsabilità di dirvi, con tutta la forza possibile, di fare un grande lavoro di unità, perché sarà utile al partito”. E gli sono grato per questo.

Che cosa c’è nel presente e nel futuro di Marco Follini?

Mi pongo il problema di cercare di dare una mano, lavorando sulle idee che sono quelle della storia e della tradizione di cui sento di far parte. Sono dentro l’agone politico non per candidarmi o fondare partiti, ma per dare una mano all’affermazione di una nuova classe dirigente che abbia dentro di sé il seme della storia, perché solo quel seme dà qualche frutto. Quando fui eletto segretario, Moro mi mandò un telegramma in cui mi augurava un buon lavoro nel segno del passaggio delle generazioni. Ho avuto la fortuna di vivere questo passaggio da giovane, ora voglio viverlo da meno giovane cercando di dare una mano a chi si affaccia oggi alla politica e magari può trarre giovamento da un rapporto con persone che hanno un po’ di esperienza da mettere a disposizione.

LUCIANO ZANARDINI 16 mar 2017 08:00