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Brescia
di MASSIMO VENTURELLI 02 dic 15:31

Al lavoro per un museo diffuso

Mons. Pellegrini, direttore dell’Ufficio per i beni culturali ecclesiastici, illustra il lavoro per la fruizione del patrimonio artistico conservato nelle chiese. Nelle sue parole le ragioni del no al prestito di opere per la mostra su Tiziano del 2018 in Santa Giulia

In una città come Brescia che sta compiendo importanti passi in avanti per accreditarsi come polo di attrazione culturale, di tanto in tanto torna in primo piano il tema del patrimonio conservato nelle chiese, della sua tutela e della sua accessibilità. Si tratta di un tema che interpella anche chi, come mons. Federico Pellegrini, direttore dell’Ufficio per i beni culturali ecclesiastici, con tali questioni ha un rapporto praticamente quotidiano. 

Molte chiese bresciane sono dei veri e propri musei che, a differenza delle realtà museali vere e proprie, a volte fanno fatica a tutelare in modo adeguato questo grande patrimonio...

Sì, tante nostre chiese sono e contengono gioielli d’arte. Grazie alla sollecitudine dei parroci e dei fedeli più sensibili si sono affrontati e si affrontano impegni economici non indifferenti per tutelare e proteggere questi tesori. La crisi economica degli ultimi anni ha riversato quasi esclusivamente sulle spalle delle parrocchie il peso della loro conservazione. Convinte di prestare anche un servizio “culturale e artistico” alla società, di cui la Chiesa è sempre stata protagonista e promotrice, si sono comunque fatte carico di interventi e restauri. 

Quello delle chiese, però, è un grande patrimonio che chiede anche di essere valorizzato da un punto di vista culturale. Un altro peso che rischia di ricadere sulle spalle di parroci e volontari?

Parroci e comunità non sono soli su questo versante. In tal senso l’Ufficio per i beni culturali ecclesiastici sta maturando insieme ad altri sacerdoti e collaboratori un progetto culturale che ha come prospettiva ciò che viene definito “museo diffuso”, per offrire a chi visita Brescia (e non solo) la possibilità di immergersi nella sua ricchezza artistica, per poter ammirare e vivere il patrimonio culturale lì dove viene vissuto.

Chiese comprese, ovviamente...

Certo, anche perché vale la pena ricordare che proprio nelle chiese e in altre realtà ecclesiali sono conservati gran parte dei beni artistici e culturali del nostro Paese. Si visitano le chiese, se ne ammirano le strutture, che parlano anch’esse di Dio, si contemplano dipinti, statue e altri tesori proprio lì dove trovano la pienezza del loro significato, cioè l’arte come strumento per esprimere la fede. Certamente ammirare ad esempio una pala d’altare collocata per ragioni storiche in un museo è un’esperienza particolare, ma poterla vedere collocata là per dove è stata pensata e voluta è tutt’altra esperienza (vale anche per i calici, i paramenti sacri, ecc.). È una prospettiva diversa certamente dal tradizionale operato di pur eccellenti iniziative finora attuate. Stiamo guardando oltre, prospettiamo un futuro diverso per la fruizione dei beni culturali artistici ecclesiastici. Ciò implica veramente di sentire il patrimonio artistico culturale come “bene comune” e tutelarlo, preservarlo, valorizzarlo insieme.

Molti turisti che passano per Brescia, abituati agli orari di apertura di musei e gallerie d’arte, lamentano a volte che quelle chiese in cui sono conservati
beni artistici di levatura mondiale non sono così facilmente accessibili...

La questione meriterebbe letture un po’ più approfondite. Le chiese “piene” in particolari occasioni religiose (Natale, Pasqua, matrimoni, funerali, cresime e comunioni) non devono trarre in inganno. Il calo dei fedeli è una constatazione di fatto. L’abbandono della pratica religiosa e della frequenza alla vita liturgica e pastorale della Chiesa fa sì che anche gli edifici sacri, sorti proprio per il culto, ne subiscano le conseguenze: meno fedeli, meno forze fisiche ed economiche per sostenere le strutture. Non ci si scappa, nonostante gli sforzi di volontà, di amore e di amministrazione a carico dei pochi rimasti! Se oggi le nostre chiese sono ancora aperte lo si deve alla fatica dei miei confratelli e dei pochi fedeli sensibili a questa problematica.

Questa situazione richiede, oggi più che mai la capacità, anche all’interno della realtà ecclesiale di fare gioco di squadra?

È evidente che se ognuno continua a pensare per sé, la situazione a lungo andare rischia di diventare insostenibile. Per questo sarà lungimirante e arricchente, la prospettiva di “fare rete”, nella quale il bene culturale ecclesiastico non riguarderà solo i credenti, ma il futuro della città, della sua immagine, della sua anima profonda.

MASSIMO VENTURELLI 02 dic 15:31